l complesso conventuale di Pantanelli sorge su un poggio sovrastante l’ansa del fiume Tevere, dove questo, uscito dalla stretta del lago di Corvara e ricevuto il Paglia, cambia direzione da Ovest a Sud.
Gli storici fanno risalire la fondazione del luogo di San Michele Arcangelo (Sant’Angelo) di Pantanelli al 1217, quando San Francesco, di ritorno da Firenze dopo aver incontrato il cardinal Ugolino, si sarebbe fermato a Baschi. Secondo la tradizione raccolta e trasmessa da riferiti storici, il Santo assisiate avrebbe sentito parlare di questioni d’interesse e di odi tra i fratelli della nobile famiglia dei Baschi, si sarebbe interposto per far tornare la pace tra di essi, e ne avrebbe ricevuto, come attestato di gratitudine, il terreno per costruire un “locus” per sé e per i suoi frati. I tre fratelli pacificati da frate Francesco, secondo un documento datato 1217, e recentemente “rivisitato”, erano: Ugolino, Ranierio e Bonconte.
|
Pantanelli di Baschi (Terni), convento di Sant’Angelo: chiostro |
Da un atto notarile datato 5 giugno 1235, nella «selva di Pantanelli» appare già «il luogo dei Frati Minori, che appartiene a Cristo Signore».
Quanta poesia francescana in quel freddo documento d’archivio!
Quello di Pantanelli risulta essere uno dei più caratteristici “luoghi”, che San Francesco sceglieva per i suoi “fratelli”. I ricordi che si allacciano alla permanenza del Poverello di Dio in quel romitorio, e che la tradizione ha tramandato sino a noi, sono: la “Grotta di San Francesco”, in un dirupo quasi sul fiume, parte naturale e parte accomodata da mano d’uomo: qui il Santo d’Assisi avrebbe pregato ed abitato; vicina è la “Fonte di San Francesco”, una vasca incavata nella roccia, tra edera e capelvenere: qui il Santo si sarebbe dissetato, e questa fonte, del resto, è servita lungo i secoli ai frati, come unica sorgente di acqua potabile; su un terreno scosceso, nel folto del bosco, è anche indicato un “Elce di San Francesco”, che la tradizione vorrebbe piantato dal Santo, come è anche memoria in una “Visita” del 1723, ove si ricorda che, avendolo un padre Guardiano venduto per far tavolini, «non fu possibile reciderlo»; nuovissima come notizia e freschissima come tradizione è la memoria dello “Scoglio di San Francesco”: una roccia proprio sulla riva del fiume, accessibile solo quando il Tevere è in magra. Di lassù San Francesco avrebbe parlato ai pesci. Narra il Celano (I Cel., 21) che il Santo «aveva tenera pietà per i pesci che, quando poteva, rimetteva nell’acqua ancor vivi dopo che erano stati presi, raccomandando loro di badare a non farsi prendere ancora». E qualche volta gli sarà capitato di ripetere il gesto anche qui, presso Pantanelli.
Tutti questi ricordi sono al di fuori della fabbrica del conventino rurale; qui niente resta di
San Francesco, ma è probabile che fin dagli inizi i frati si siano costruita una casetta almeno, e non siano vissuti fra le rocce e le grotte. Nel 1235, all’epoca dell’atto notarile menzionato, ci deve essere stata già la parte più antica dell’attuale convento, che risulta chiaramente, del resto, assegnabile alla fine del sec. XII e inizi del sec. XIII, benché appaia più come casa comune che come convento: forse, anzi, era sede rurale della famiglia Baschi, proprietaria del terreno. Il padre Oliger precisa che deve essere riportato senz’altro a Pantanelli un fatto ricordato dallo scrittore duecentesco frate Servasanto di Faenza: «Volendo - racconta il cronista - un tal frate Giacomo di Faenza conoscere personalmente i compagni di San Francesco, fu destinato in un romitorio dell’Umbria, presso il fiume (unico che corrisponda alla descrizione è Pantanelli). Un giorno, dopo vespro, mentre frate Giacomo andava lungo la riva del fiume, gli apparve il demonio in forma di cinghiale che lo rincorse, attraverso i tetti, sia quando egli si recò in chiesa a pregare sia quando tentò di serrarsi nella cella; e fuggì solo quando il frate cominciò a scongiurarlo in nome di Dio».
Ma il fatto più famoso legato alla storia di Pantanelli è il soggiorno prolungato che qui fece il celebre poeta francescano frate Jacopone da Todi. La tradizione è poggiata su tutti gli storici e cronisti francescani più antichi. Qui Jacopone avrebbe superato la tentazione o voglia di «una corata di vitella», di cui è memoria nella Franceschina. Per vincere la tentazione di gola, Jacopone acquistò la coratella e l’appese in cella, dove ogni giorno la baciava e lambiva con la lingua, ma senza mangiarla; finché la coratella si corruppe e il convento fu ripieno della puzza. I frati, scoperto il luogo e la causa di quel fetore, posero frate Jacopone in prigione, dopo però il Signore gli apparve, lo lodò per la sua mortificazione e riempì la tetra stanza di prigione con odore soavissimo.
Nella “Visita” del 1723, è rimproverato il guardiano per «il poco decoro con cui vien tenuta la stanza dove ha habitato per molti anni et ha composto le laudi il b. Jacopone da Todi» (Archivio Porziuncola).
Molti storici affermano che a Pantanelli furono da Jacopone composti i «cantici» “Stabat Mater dolorosa” e “Dies trae dies illa”, e l’altro - in volgare – “O jubelo del core - che fai cantar d'amore”, collegato con la vittoria sul vizio della gola. Forse abbandonato per qualche tempo - ci volle vero coraggio da parte dei «frati devoti» per conservare alla Comunità i romitori più solitari e più confacenti allo spirito francescano, e si rischiò, in quegli anni, perfino di perdere la Verna! - fu concesso a San Bernardino da Siena nel 1426 da papa Martino V.
Sicura è la permanenza e la predicazione del beato Bernardino da Feltre, in Pantanelli, dove una volta, per ascoltarlo, concorsero da Orvieto oltre tremila persone. Più a lungo vi dimorò e vi predicò un altro famoso oratore francescano: il beato Ambrogio da Milano (intorno all’anno 1504). Famoso per santità e miracoli, vi abitò anche il beato Raffaele di Norcia, morto e sepolto (1540) nel convento di “San Francesco” di Lugnano in Teverina (Terni).
|
Pianta del convento di Sant’Angelo di Pantanelli di Baschi |
All’inizio, come accennato, i frati occupavano un’abitazione fortificata, che è tuttora visibile: è l’ala Nord del convento. Il nucleo primitivo risulta costituito da due ambienti sovrapposti. Il piano terreno originale è occupato da un’unica ampia sala divisa da tre arconi a tutto sesto, che reggono il solaio del piano superiore, e che all’esterno sono contraffortati da altrettanti speroni rettangolari; tra gli arconi si aprono finestre rettangolari, collegate da un marcapiano. Sul lato Nord-Est di questo edificio è riconoscibile una torre quadrata, ora coperta a tetto, ma prima probabilmente conclusa con una terrazza. Il piano superiore, al quale si accedeva da una scala esterna, è oggi rimaneggiato: sicuramente ospitava le cellette dei frati, mentre a pianterreno il salone era usato come refettorio e/o sala capitolare.
La chiesa primitiva comprendeva solo il vano della navata centrale della chiesa odierna: i quattro attuali pilastri non sarebbero che i residui dei muri longitudinali della chiesa duecentesca. Il muro di fondo era concluso con una piccola abside, oggi visibile in parte dietro l’altare maggiore, e che fu poi eliminata per lasciare spazio al coro.
Le trasformazioni successive risalgono al 1424 circa, quando San Bernardino da Siena riformò il cenobio. Fu proseguita l’ala originaria del convento verso Sud, e di questo intervento unici resti visibili sono le piccole finestre in tufo, ora murate, che dovevano corrispondere alle celle; furono costruiti il coro con una volta costolonata a ombrello (occupando parte del salone ad arcone ora descritto) e il campanile (la cuspide e i due pinnacoli sono del 1851). Alla fine del sec. XVI fu sopraelevato il lato Ovest e furono costruiti il chiostro (allora con quattro porticati) e l’ala meridionale. L’aspetto attuale della chiesa e del convento risale al 1703: furono ricavate le navate laterali della chiesa, e furono costruite la facciata e il portico d’ingresso. L’ultimo lavoro di restauro risale al 1925, quando fu decorata la chiesa dal pittore Elpidio Petrignani di Amelia.
Dopo l’ampliamento e sistemazione - che pur oggi rimane inalterata -, sin dal secolo XVIII, il luogo di Pantanelli fu designato a convento di recollezione.
Soppresso per due volte, e successivamente riacquistato dai religiosi, Sant’Angelo di Pantanelli, dopo un breve periodo di abbandono, nel 1927 fu nuovamente sede di minoriti.
La chiesa, semplice e povera, il cui aspetto risale al 1703, risulta di tre piccole navate con due cappelline laterali; l’interno - privo di particolari decorazioni e di grandi valori artistici - , vede sull’altare maggiore, dietro una tela del Polinori, raffigurante la “Allegoria del Cordone di San Francesco”, una mutila “Crocifissione” ad affresco di Pierantonio Mezzastris, una tela di Pier Paolo Sensini, riproducente “San Diego” (1611). Accanto all’ingresso è una “Annunciazione”, molto danneggiata, attribuita al Pastura.
“Allegoria del Cordone di San Francesco” (olio su tela, firmato e datato: A. Polinori 1643):
l’opera è posta sopra l’altare maggiore, con una ricca cornice intagliata e decorata coeva.
La composizione è suddivisa in due zone: in alto tra due cherubini in volo sorreggenti il cordone, la Madonna Immacolata tra San Francesco e Santa Elisabetta di Ungheria, che le bacia la mano sinistra; nella zona inferiore sono inginocchiati sei personaggi, tre per parte; a sinistra un prelato vestilo di un ricco piviale, che tiene con la mano destra una croce pastorale mentre con la sinistra riceve un cingolo che gli porge San Francesco; dietro di lui, in secondo piano, una tiara pontificia. Alle sue spalle stanno due giovani, di cui uno regge con la destra uno scettro. Di fronte al prelato una dama, riccamente vestita con una corona nella mano sinistra, riceve con la destra il cingolo che le porge Santa Elisabetta. Dietro di lei due giovanette in piedi. Nel gruppo si possono identificare i componenti di una nobile famiglia, committente del quadro, probabilmente i conti di Baschi. Secondo P. Oliger (1932) l’iconografia dell’opera sarebbe un’esaltazione della Arciconfraternita dei Cordigeri (istituita daSisto V nel 1585) e della sua introduzione a Pantanelli. Quindi nel prelato, raffigurato in primo piano a sinistra, è ravvisabile proprio Sisto V, papa francescano, la cui tiara pontificia si nota al centro della composizione.
Si sa inoltre che fortissimi erano i legami tra il convento di Pantanelli e la famiglia di Baschi, che lo aveva fatto edificare nella prima metà del sec. XIII, per cui è accettabile l’ipotesi dell’Oliger, che identifica tra i personaggi in basso Bernardina, la reggente trucidala nel 1553 e i suoi quattro figli, tra i quali, Ranuccio, a sinistra con lo scettro, superstite dell’eccidio, che riportò la signoria di Baschi all’antico splendore.
“Crocifissione” (affresco, fine sec. XV - dopo il 1482 -; P. A. Mezzastris e aiuti): al centro della composizione è la Croce, abbracciata appena sotto i piedi del Cristo, dalla figura di San Francesco inginocchiato; alla destra, con le mani giunte in preghiera è San Giovanni, accanto al quale un altro santo è appena documentato dallo scorcio di un braccio che sostiene un libro, e della veste che sembrerebbe un saio francescano; alla sinistra è la Maddalena, che soccorre la Vergine, di cui è possibile scorgere solo una mano; il alto due angeli, ciascuno su una nube, assistono all’evento: quello di sinistra raccoglie con due coppe il sangue delle ferite.
“San Diego” (olio su tela, Pietro Paolo Sensini, 1611): la figura del Santo francescano appare solida e corposa sulla soglia di un arco aperto su un piccolo paesaggio. Con lo sguardo rivolto verso i raggi dello Spirito Santo che piovono da destra, San Diego, cinto del cordone francescano da cui pende un grande rosario, sostiene con la mono sinistra un libro, mentre nella destra ha un crocifisso. Sotto è l’iscrizione Sanctus Didacus. Nel paesaggio di fondo sono raffigurati: a sinistra la fonte, l’elce e la grotta detta di San Francesco, più indietro il convento di Pantanelli con il portico ancora a tre arcate, come era prima dell’ampliamento settecentesco, e sulla destra alcuni miracoli del Santo.
|
Pantanelli di Baschi (Terni), convento di Sant’Angelo: “Grotta di San Francesco” e “Leccio di San Francesco”
|
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
|